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𝗙𝗶𝗴𝗹𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗶, 𝗿𝗶𝗯𝗲𝗹𝗹𝗶, 𝗱𝗲𝘃𝗶𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗼 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗿𝗲𝗳𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝗿𝗶 𝗮𝗹𝗹’𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.

E’ un problema solo della famiglia?
No.

In caso di incapacità educativa dei genitori interviene lo Stato ( legittimato dall’art.30 della Costituzione ) e lo fa mediante il procedimento amministrativo del Tribunale per i Minorenni, disciplinato dagli artt.25 , 25 bis e 26 del Rd 1404/ 34 , che prevede l’intervento sull’educazione di un minore che presenti “irregolarità della condotta o del carattere”, ossia comportamenti problematici.

I genitori hanno la responsabilità morale ma anche l’obbligo giuridico di educare i figli. Il minore è soggetto di diritti, tra i quali spicca quello “ad avere una educazione”, come stabilito anche dall’art. 28 della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo del 1989, ratificata dall’Italia con l. 176/91, mentre nel nostro codice civile l’art. 315 bis riepiloga i diritti del figlio, tra i quali ricomprende quello ad essere educato.

Tutti sanno quanto sia difficile svolgere questo compito ai nostri giorni, avendo i minori continue sollecitazioni e condizionamenti, spesso di senso contrario, da altri contesti, reali o virtuali, come gli amici, il quartiere, internet, i social etc. Alcuni genitori si ritrovano a fare i conti con figli adolescenti ribelli, aggressivi, che abbandonano la scuola o si allontanano da casa, talvolta consumatori di sostanze psicotrope (alcoliche e/o stupefacenti ) o coinvolti in fatti di devianza sociale, anche di microcriminalità ( bullismo, cyberbullismo, vandalismo, baby gang etc). Qualche volta il comportamento irregolare insorge anche se i genitori hanno fatto il possibile per educare il figlio, ma non riescono più a gestirlo.

L’intervento statale educativo di affiancamento al genitore, nei casi più gravi sostituivo, va effettuato nell’esclusivo interesse del minore, con l’obiettivo di acquisire il suo consenso al progetto e il riconoscimento dei comportamenti sbagliati.

𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗱𝗼𝘃𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗿𝘀𝗶 𝘂𝗻 𝗴𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗵𝗮 𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼?
La scelta peggiore è quella di fare finta di niente, sperando che crescendo cambi atteggiamento. Da avvocato ho assistito ed assisto genitori che chiedono aiuto per gestire il proprio figlio in difficoltà. Ho verificato che possono contare su una rete di aiuto, offerta dai Servizi Consultoriali territoriali, cui si può accedere prenotando un colloquio. In quella sede il genitore potrà esporre i problemi e i tecnici illustreranno il percorso esperibile.

Il T.M. potrà aprire in ogni caso il fascicolo su segnalazione del Servizio sociale, o della scuola, o dalle Forze dell’ordine, se intervenute, in questo ultimo caso qualora emergano fatti rilevanti penalmente che coinvolgono il minore.
Il T.M. è comunque attivabile anche su ricorso del P.M.M. (Procura della Repubblica) o del genitore stesso / tutore.

𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮: una volta acquisita la relazione dell’assistente sociale che descrive il contesto domestico, familiare e sociale e i fatti emersi, si costruisce un progetto di aiuto sui bisogni del minore, che di solito prevede colloqui con lo psicologo, affiancamento di un educatore professionale domiciliare, colloqui di sostegno genitoriale, oltre alle eventuali azioni terapeutiche richieste dal caso, come i trattamenti di disassuefazione alle sostanze. Quando questi interventi non sono sufficienti, perché comunque le risorse familiari non consentono di poter lavorare in modo efficace, può essere disposto il collocamento del minore in una comunità educativa per un certo periodo di tempo. Il progetto non termina automaticamente al raggiungimento della maggiore età, ma può protrarsi, se necessario, fino al compimento dei 21 anni.

Nel procedimento amministrativo aperto dal T.M. a tutela del minore i genitori di solito conservano la responsabilità genitoriale, perché viene disposto soltanto l’affidamento ai servizi sociali, al fine di rendere effettivo il progetto di aiuto. Non si tratta, infatti, di un procedimento giurisdizionale, ma è prevista in ogni caso la difesa tecnica obbligatoria per i genitori, che devono essere assistiti da un avvocato.
#studiolegalecenerig
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𝗙𝗶𝗴𝗹𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗶, 𝗿𝗶𝗯𝗲𝗹𝗹𝗶, 𝗱𝗲𝘃𝗶𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗼 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗿𝗲𝗳𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝗿𝗶 𝗮𝗹𝗹’𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲. 

E’ un problema solo della famiglia? 
No.

In caso di incapacità educativa dei genitori interviene lo Stato ( legittimato dall’art.30 della Costituzione ) e lo fa mediante il procedimento amministrativo del Tribunale per i Minorenni, disciplinato dagli artt.25 , 25 bis e 26 del Rd 1404/ 34 , che prevede l’intervento sull’educazione di un minore che presenti “irregolarità della condotta o del carattere”, ossia comportamenti problematici.

I genitori hanno la responsabilità morale ma anche l’obbligo giuridico di educare i figli. Il minore è soggetto di diritti, tra i quali spicca quello “ad avere una educazione”, come stabilito anche dall’art. 28 della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo del 1989, ratificata dall’Italia con l. 176/91, mentre nel nostro codice civile l’art. 315 bis riepiloga i diritti del figlio, tra i quali ricomprende quello ad essere educato. 

Tutti sanno quanto sia difficile svolgere questo compito ai nostri giorni, avendo i minori continue sollecitazioni e condizionamenti, spesso di senso contrario, da altri contesti, reali o virtuali, come gli amici, il quartiere, internet, i social etc. Alcuni genitori si ritrovano a fare i conti con figli adolescenti ribelli, aggressivi, che abbandonano la scuola o si allontanano da casa, talvolta consumatori di sostanze psicotrope (alcoliche e/o stupefacenti ) o coinvolti in fatti di devianza sociale, anche di microcriminalità ( bullismo, cyberbullismo, vandalismo, baby gang etc). Qualche volta il comportamento irregolare insorge anche se i genitori hanno fatto il possibile per educare il figlio, ma non riescono più a gestirlo.
 
L’intervento statale educativo di affiancamento al genitore, nei casi più gravi sostituivo, va effettuato nell’esclusivo interesse del minore, con l’obiettivo di acquisire il suo consenso al progetto e il riconoscimento dei comportamenti sbagliati.

𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗱𝗼𝘃𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗿𝘀𝗶 𝘂𝗻 𝗴𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗵𝗮 𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼? 
La scelta peggiore è quella di fare finta di niente, sperando che crescendo cambi atteggiamento. Da avvocato ho assistito ed assisto genitori che chiedono aiuto per gestire il proprio figlio in difficoltà. Ho verificato che possono contare su una rete di aiuto, offerta dai Servizi Consultoriali territoriali, cui si può accedere prenotando un colloquio. In quella sede il genitore potrà esporre i problemi e i tecnici illustreranno il percorso esperibile. 

Il T.M. potrà aprire in ogni caso il fascicolo su segnalazione del Servizio sociale, o della scuola, o dalle Forze dell’ordine, se intervenute, in questo ultimo caso qualora emergano fatti rilevanti penalmente che coinvolgono il minore. 
Il T.M. è comunque attivabile anche su ricorso del P.M.M. (Procura della Repubblica) o del genitore stesso / tutore.

𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮: una volta acquisita la relazione dell’assistente sociale che descrive il contesto domestico, familiare e sociale e i fatti emersi, si costruisce un progetto di aiuto sui bisogni del minore, che di solito prevede colloqui con lo psicologo, affiancamento di un educatore professionale domiciliare, colloqui di sostegno genitoriale, oltre alle eventuali azioni terapeutiche richieste dal caso, come i trattamenti di disassuefazione alle sostanze. Quando questi interventi non sono sufficienti, perché comunque le risorse familiari non consentono di poter lavorare in modo efficace, può essere disposto il collocamento del minore in una comunità educativa per un certo periodo di tempo. Il progetto non termina automaticamente al raggiungimento della maggiore età, ma può protrarsi, se necessario, fino al compimento dei 21 anni.

Nel procedimento amministrativo aperto dal T.M. a tutela del minore i genitori di solito conservano la responsabilità genitoriale, perché viene disposto soltanto l’affidamento ai servizi sociali, al fine di rendere effettivo il progetto di aiuto. Non si tratta, infatti, di un procedimento giurisdizionale, ma è prevista in ogni caso la difesa tecnica obbligatoria per i genitori, che devono essere assistiti da un avvocato.
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In alcuni casi la modalità educativa è del tutto assente, questo è il problema

Ora non si puo dare nemmeno una sculacciata!!!!

Alla base di una buona educazione deve esserci un buon esempio e tanto amore in famiglia e rispetto e comprensione...dialogo...tanto dialogo!

Ai miei tempi, mio padre faceva doppietta, destro e sinistro, entrambi a segno.

Pensa un pò...interviene lo stato! Mamma mia! Un branco di delinquenti mafiosi...ma per piacere...

una ciabatta che vola il battipanni che minaccia due schiaffi un calcio in culo oppure la cintura che minaccia ora non si puo'...non vi lamentate di figli stronzi e che non danno retta

Voialtri avvocati siete la rovina del mondo. Buttatevi a mare.

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